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La carriola

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Cam.TV - Value your Passions!

C’è stato un tempo in cui le menti dei bambini non erano totalmente rapite da Fortnite ed affini. Un tempo in cui il Commodore 64 faceva capolino con la sua limitata, ma innovativa tecnologia, e quando l’unica cosa che i ragazzini avessero tra le mani (e che fosse catalogabile come tecnologico) era lo “scacciapensieri”. Un tempo antecedente a chi cercava il miglior amico virtuale nel Tamagotchi o a chi affidava le affinità di coppia alla My Magic Diary della Casio.

C’è stato un tempo in cui si aveva voglia di creare, costruire, inventare. Immaginare scenari, storie… dare spazio all’immaginazione.

La mia infanzia è stata felice. Per i giochi dentro casa, io e mio fratello David, avevamo uno scatolone pieno di “costruzioni” (i mattoncini lego, per intenderci…), macchinine di tutte le dimensioni e soldatini di plastica dalle pose improbabili. Presi singolarmente, ma anche in fantasiose commistioni, erano gli ingredienti per lunghi pomeriggi di gioco spensierato in cui l’unico limite alla fantasia era la voce di nostra madre che ci invitava a tavola per la cena.

Poi, c’erano i giochi all’aperto. E lì, l’immaginazione, non aveva confini.

Un giorno decidemmo che avremmo creato un’insetticida per le formiche. Prendemmo il tamponcino presente all’interno di un pennarello a spirito e lo diluimmo in un bicchiere d’acqua. Appena il liquido si colorò di rosso lo versammo sulla povera malcapitata formica che, ovviamente, morì. Eravamo diventati degli eccellenti chimici e poco importa se la poveretta morì annegata in un lago d’acqua… Il nostro intruglio aveva funzionato.

O come quando, anticipando i nostri studi universitari, io e mio fratello decidemmo di buttarci nel business della vendita delle caramelle di pane.
La produzione era semplice: mollica di pane lungamente lavorata fatta diventare di forma cubica. Poi, il tutto, avvolto nella pellicola trasparente delle Super senza filtro di nostro padre. Una caramella un po’ pastosa, dal retrogusto di tabacco. Un successone!

Ma la vera creatività si sprigionava con i pezzi di legno di varie lunghezze e spessori. Raccoglievamo di tutto e lo conservavamo al motto di “tanto può servire…”. In effetti servivano davvero! Qualunque creazione, qualunque esperimento aveva bisogno di qual pezzo di legno… quello nascosto nell’angolo più buio da chissà quanto tempo… quello che diventava il pezzo mancante del puzzle in quell’attacco d’arte.

Ma per noi provetti falegnami occorrevano gli attrezzi del mestiere. Negli anni ’80, la Sicilcassa (in cui lavorava mio padre) durante il periodo natalizio (l’epifania, in particolare), faceva dei regali ai propri dipendenti. Una piccola somma da destinare ai doni dei loro figli. Un piccolo importo, più che dimezzato da mia madre che decurtava una buona parte del regalo per l’acquisto di qualche vestito per il nostro guardaroba. Ma quello che restava era tutto nostro da spendere in qualcosa di fantastico.

Un anno la nostra scelta cadde sulla “cassetta da falegname”. Si, proprio così. Una cassettina di legno al cui interno c’erano gli attrezzi che ci avrebbero permesso di creare chissà quante cose. Martello, tenaglia, pinza, seghetto, giraviti… Il paradiso del carpentiere!

Strumenti che ci sarebbero tornati utili quando la nostra voglia di creare avrebbe incontrato l’ebrezza per la velocità a tre ruote. Scoprimmo la “carriola” (o carriola a pallini).
La sua realizzazione metteva addosso tanta eccitazione.

Bisognava procurarsi una tavola di legno che avrebbe costituito la scocca della nostra supercar. Un’asse di legno che avrebbe fatto da sterzo, un bullone con dado per il piantone dell manubrio e gli assi per le ruote. Su quest’ultimo aspetto bisognava giocarsi bene le proprie carte. Serviva un bastone della scopa di nostra madre. Bisognava avere molta diplomazia, un comportamento esemplare, una certa insistenza ed il tanto agognato bastone avrebbe fatto parte del l’ambizioso progetto.

Poi, ovviamente, servivano loro: i cuscinetti a sfera. Uno più grande per la ruota anteriore e due più piccoli per quelle posteriori. Il meccanico sotto casa era il nostro fornitore unico. Alla nostra richiesta seguiva un suo cenno d’intesa e complicità: lui aveva capito le nostre intenzioni e le stava assecondando! Tornavamo a casa col nostro prezioso carico e cominciava un duro lavoro che noi, aspiranti tecnici del Mugello, eseguivamo con dovizia di particolari. I cuscinetti “ingrippati” andavano resi fluidi. Con poche, semplici operazioni i pallini venivano rimossi, puliti e rimontati. Non senza l’ausilio di un buon olio extravergine d’oliva messo al punto giusto per rendere ancora più scattanti le ruote del nostro mezzo.

Il test di prova confermava che avevamo fatto bene. L’olio schizzava ovunque, compresi i nostri vestiti, ma i cuscinetti giravano a meraviglia con il loro inconfondibile rumore.

L’assemblaggio della carriola era semplice (per noi che avevamo alle spalle centinaia di tavolette inchiodate in opere di dubbia utilità), poi si litigava per chi avrebbe dovuto fare il test della “messa in pista”.
Far andare una carriola in un terrazzo pianeggiante non è il massimo, quindi chi aveva il privilegio del primo giro, doveva sperare nella forza “propulsiva” dall’altro che lo avrebbe spinto alle spalle.
Finalmente il vento in faccia, i primi incidenti e le mani sbucciate (capitava quando, ad una curva “stretta”, ci si dimenticava di toglierle da sotto il manubrio con conseguente sangue e lacrime…)

Quando il bolide era ormai testato, bisognava abbellirlo. Prendevamo il fustone cilindrico del detersivo Dash (quello del “bianco che più bianco non si può”) e lo tagliavamo per tutta la sua lunghezza. Le due sezioni ottenute venivano installate ai lati ed erano il nostro abitacolo. Un vecchio vestito di nostra madre, adeguatamente sagomato, rivestiva il tutto, compreso un alettone anteriore che avevamo realizzato per rendere la nostra “carriola” più simile ad una vettura di Formula 1. Un concentrato di potenza e tecnologia rivestito con una trama floreale anni ’80… Uno spettacolo!

Poco importa se al primo incidente la carrozzeria andava distrutta.
C’erano sempre martello, tenaglia, pinza, seghetto, giraviti e una cassetta da falegname con cui ricominciare a sognare.

 

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